Visto che ieri vi ho augurato la Buona Pasqua...oggi vi uccido con una fic deprimentissima su Reita e Ruki...ovviamente...e chiedo pietà...ma è nata stanotte alle 5 quando la febbre a 39 ha deciso di svegliarmi e uccidermi...e i maledetti cosini della varicella hanno pensato bene di prudere tutti insieme....quindi lamentatevi con loro se vi fa piangere.... u.ù
Burial applicant
Delicate e leggere sono le mie dita sul suo corpo nudo.
Mi guarda e sorride leccandosi sensualmente le labbra. E’ così giovane e bella, così piccola e fragile…non sa poi molto della vita, dell’amore, dell’amicizia, della fama e del successo…
Mi ha seguito qui, in questo piccolo alberghetto di quarta categoria, solo perché affascinata dal mio personaggio, senza sapere nulla di me e di chi sono realmente. E’ assurdo come le donne riescano a concedersi in modo così facile al primo uomo che abbia un po’ di fama e di successo in un qualsiasi campo dello spettacolo.
Geme ricercando un contatto con le mie labbra. E’ la parte che più odio…le donne sono fissate con i baci…e io non li sopporto…non se devo darli a loro…è una cosa che mi ripugna…hanno un sapore così strano le labbra delle donne.
Mi chino su di lei, dandole la speranza di ricevere il bacio che desidera, e lentamente sposto le mie dita su di lei.
E’ così esile e fragile il suo collo bianco e candido, la sua pelle si arrossa all’istante non appena le mie dita sottili si stringono attorno ad esso.
Mi guarda senza capire, all’inizio pensa che sia un qualche gioco erotico e sembra starci, ma poi i suoi occhi cambiano espressione rendendosi conto delle mie reali intenzioni…è paura quella che vi posso leggere…terrore…
Sorrido quasi maleficamente a quella vista, adoro quando si terrorizzano in questo modo. E’ una sensazione incredibile essere coscienti di avere la vita di una persona tra le proprie dita. E’ incredibile come un secondo prima gemano di piacere e abbassino ogni loro più piccola difesa, concedendosi a te che sei il loro idolo con la vana speranza di poter entrare in quel mondo che sembra irraggiungibile o almeno di potersi vantare con le amiche della loro conquista, e un secondo dopo ti guardino con terrore non comprendendo cosa tu abbia in mente.
Sentire la vita scorrere lentamente via da una persona, e sapere che sei tu a decidere se deve vivere o morire, può dare alla testa…ma è meravigliosamente bello…
Stringo le dita attorno al suo collo, e ignoro le sue mani che tentano di liberarsi dalla mia presa, tralascio anche il fatto che mi stia graffiando le braccia per impedirmi di continuare e che si dibatta come meglio può per sfuggire a questo destino che ho deciso per lei stanotte.
Mi guarda dritto negli occhi, sembra implorarmi con lo sguardo non riuscendo a smettere di fissarmi, come se non potesse farne a meno, nella vana speranza che io mi impietosisca e la lasci andare…ma in fondo perché dovrei? Cosa ho da perdere? Chi è lei per me?
La osservo mentre le forze la abbandonano, e lentamente le sue mani e le sue gambe non hanno più nulla per cui muoversi…e i suoi occhi mi guardano ormai vitrei e quasi privi di vita.
L’ultima cosa che hanno visto, l’ultima cosa che è rimasta impressa nella sua mente è il mio sguardo privo di sentimenti, privo di pietà o di senso di colpa per ciò che stavo facendo, due occhi vuoti che fissavano due desiderosi di continuare a vivere.
Mi stacco da lei e mi rialzo, come se non fosse accaduto nulla. Vado a farmi una doccia per togliermi di dosso l’odore di donna che aveva, carico e pungente, ti penetra nella pelle fin nelle ossa e non si stacca facilmente. Non è questo il profumo che voglio sentire su di me…è un altro…un profumo diverso, intenso e giovane, un’essenza che conosco fin da quando ero un ragazzino delle superiori. Mi rivesto con tutta calma, in fondo ho pagato quella stanza per una notte intera, quindi non mi insegue nessuno. Per fortuna alla reception abbiamo dato i dati della ragazza per prendere la camera, così nessuno saprà mai che ci sono stato io qui.
Mi giro a guardarla, è ancora lì, ferma immobile, distesa completamente nuda su un letto disfatto che sa solo e soltanto di sesso e di morte. E’ ancora più giovane di quanto ricordassi quando mi ha abbordato all’interno del pub. Bassa e magra, incredibilmente esile,un sorriso quasi timido, e due occhi dolci, i capelli a metà tra il biondo e il castano, non troppo lunghi, e una timidezza che potrebbe uccidere chiunque per quanto sfoci in dolcezza. Non ero stato attratto particolarmente dal suo abbigliamento, quanto dal suo modo di fare e di parlarmi, così simile a quello di un’altra persona. Forse questo era stato il suo errore fatale, il motivo per cui adesso si trovava su quel letto priva di vita.
Mi avvicino e mi chino su di lei dandole un piccolo lieve e quasi impercettibile bacio sulle labbra, quelle stesse labbra pallide che fino a poco prima erano desiderose di riceverlo e pochi istanti dopo emettevano un flebile rantolo. La guardo per un’ultima volta negli occhi e chiudo le palpebre con un semplice tocco delle dita.
Prendo tutte le mie cose e esco da quella stanza ormai contaminata dalla morte, ormai divenuta un posto insopportabile e schifosamente angosciante.
…è così che trascorro le mie notti da allora…lo sai?
…hai mai pensato a quello che avrebbero causato in me le tue decisioni?
Forse no, semplicemente hai creduto che sarebbe stato semplice per me andare avanti, continuare la mia vita come se nulla fosse mai accaduto.
Eppure no, per me non è semplice, anzi. E’ impossibile poter credere che mi risveglierò domani mattina e sarò quello che ero un tempo, perché no, non si può. Niente e nessuno possono cancellare il mio peccato, niente e nessuno potrà mai riportarti da me.
Ti ricordi la prima volta che ci siamo visti? Eravamo alle superiori…tu eri così timido e un po’ scontroso, te ne stavi sempre sulle tue, lasciando fuori tutti quanti dal tuo piccolo mondo fatto di musica per grandi e di fughe ripetute da casa…e io ero svogliato e poco studioso, desideroso solo di mollare la scuola e lavorare. Una cosa ci univa, la passione per la musica…e poco per volta riuscii, con molti sforzi, ad entrare in quel tuo mondo incantato che non riuscivo a comprendere fino in fondo.
…soffrivi per la tua situazione famigliare…a dire il vero non ricordo giorno della tua vita in cui tu non abbia sofferto per qualcosa…
Eppure tiravi avanti e non ti vantavi con gli altri del fatto di non essere compreso a casa e di essere la pecora nera della famiglia, no, tu cercavi sempre in qualche modo di sperare che potessero capirti, che un giorno ti avrebbero rispettato per quello che eri. Invece passavano gli anni e nessuno ti dava retta, nessuno a parte me e il nostro chitarrista.
Ti ricordi quante notti abbiamo passato a suonare fino a che non ci sanguinavano le dita? E quante volte ci ubriacavamo fino a non capire più nulla e a stare male tutta notte e a non ricordarci più nulla la mattina dopo?
…ti ricordi quella volta che ci risvegliammo tu e io uno accanto all’altro, completamente nudi nel mio letto?...fu la nostra prima volta…
Eri così bello addormentato accanto a me, la tua testolina appoggiata al mio petto e il tuo respiro a diretto contatto con la mia pelle…ed io ero già terribilmente perso per te.
Ti ho sempre detto di non ricordare cosa fosse successo quella notte. Lo so, fu un errore, ma non riuscii a resistere quando vidi sul tuo viso un sorrisetto malizioso che non voleva dire altro se non che volevi farmi ricordare tutto seduta stante…e chi ero io per impedirtelo?
…sono sempre stato schiavo del nostro rapporto…perso totalmente in quei tuoi occhi scuri alle volte così schivi e solitari, tristi e lontani…
Mi sono chiesto milioni di volte dove fosse la tua mente quando ti parlavo e non mi rispondevi, o quando suonavo sul letto di casa mia, dopo aver fatto l’amore, e tu, seduto accanto a me, fissavi un punto non precisato della stanza, con una sigaretta tra le dita che dovevo spegnere ogni volta, prima che ti bruciassi senza neanche rendertene conto.
Eppure ogni volta che dicevo a me stesso che qualcosa non andava, tu tornavi a sorridermi e a dirmi:
“Ryochan…va tutto bene! Io ti amo e starò con te per sempre…fino a quando so che tu sarai accanto a me, niente avrà importanza…”
Erano le tue parole e il tuo sguardo a farmi credere che fosse tutto vero, che niente ci avrebbe mai separato, che nulla ti avrebbe portato via da me.
E come uno stupido mi sono crogiolato nel nostro sentimento, abbassando ogni mia difesa e cominciando a guardare il mondo con occhi distorti…entrando del tutto in quel tuo universo strano che mi aveva da sempre affascinato e spaventato.
Ti ho fatto soffrire, vero Takachan? Non ti ho mai detto quelle due piccole parole che tanto desideravi sentire. In tutti gli anni in cui siamo stati insieme, non ti ho mai espresso fino alla fine il mio sentimento. Non che non volessi dirtelo, ma lo hai sempre saputo che a parole non sono mai stato bravo. La mia forza era l’agire, il prendere a pugni chi ti faceva piangere, lo stringerti tra le mie braccia facendoti sentire che c’ero, il fare l’amore con te ogni notte ovunque fosse possibile, anche nascondendoci nei bagni di un qualche locale, quando non potevi fare a meno di me, perché per me quello era l’importante, sapere che tu desideravi solo me.
Si, Takachan…ricordo tutto come se lo rivivessi in ogni momento della mia vita…perché la mia vita sei sempre stato tu…
Non ho mai dato retta al nostro chitarrista, quando mi diceva che presto o tardi avremmo sofferto e ci saremmo odiati. Non pensavo sarebbe stato possibile, in fondo tu e io siamo sempre stati una cosa sola, vero Takachan?
Io avevo te e tu avevi me, di cosa altro potevamo mai avere bisogno? Di nulla…
E poi uno stupido tarlo si mise tra di noi…una stupida gelosia che non riuscivo a comprendere…e il tuo comportamento lunatico nei miei confronti, un atteggiamento che non avevi mai avuto prima. All’inizio pensavo che fosse uno scherzo, che volessi solo mettermi alla prova, e invece poi compresi la realtà…tu non sopportavi l’idea che qualcuno potesse pensare che a me piacesse il leader…
E io come uno stupido stavo ai giochetti degni di fan service per far felici le ragazze urlanti sotto il nostro palco…ma non ti accorgevi che per quanto io potessi strusciarmi o provarci col leader, non avevo occhi che per te?
Me ne stavo dietro al chitarrista moro, non tanto per scelta quanto perché lui riusciva a occupare tutto lo spazio possibile e immaginabile sul palco davanti a me, e restavo lì, col basso in mano, a suonare mentre ti guardavo le spalle, e ascoltavo la tua voce che irrompeva nell’aria e trascinava tutti con sé.
Sei sempre stato piccolo di statura, eppure la tua voce ha sempre raggiunto chiunque fosse nei paraggi, il cuore di coloro che erano pronti ad accogliere le tue parole di sofferenza e di amore.
Hai sempre messo tutto te stesso in quelle parole, nei tuoi testi, nelle nostre canzoni che con tutta la grinta che avevamo in corpo mettevamo in scena ogni notte con rinnovata voglia.
Ho adorato tutto ciò che scrivevi sempre e comunque, anche quando inventavi testi in inglese che non avevano né capo né coda, perché in fondo anche quelli erano parte di te e della tua stravaganza, della tua personalità così contorta e meravigliosa.
Ti facevo ridere, vero Takachan? Sì, sono sempre stato quello stupido che si metteva d’impegno a farti ridere…eppure non ho mai capito perché ridevi sempre e solo quando dicevo cose che per me erano serie…forse proprio perché sembravo convinto.
Adoravo il tuo sorriso, così gentile e timido e alle volte, solo in intimità, così malizioso e sbarazzino. E poi quel sorriso è stato quasi portato via non so da cosa né da chi. Ti guardavo di nascosto in mezzo agli altri e sembravi sempre lo stesso, il piccolo tenero Takachan che tutti proteggevamo e per cui avevamo un occhio di riguardo. Eri diventato schivo e lontano, sembrava che qualcosa ti turbasse e ti portasse via a mille miglia di distanza da dove eri. Eppure ti sforzavi di essere sempre lo stesso, di ridere come al tuo solito, ma in realtà lo facevi in modo diverso, quasi spento, come se avessi perso qualcosa dentro di te.
Ogni volta che mi avvicinavo a chiederti cosa ti preoccupasse, la tua risposta era sempre la stessa:
“Amore va tutto bene. Cosa vedi di strano? Sono solo un po’ stanco…abbiamo molto lavoro da fare…”
E io come uno stupido annuivo e non dicevo altro. Pensavo che restandoti accanto, che tenendoti sempre per mano saresti rimasto con me…e poi ho come sentito la tua mano abbandonare la mia…
…eri tu quel bambino di cui parlavi nelle tue ultime canzoni, non è vero Takachan? Era tuo il grido di disperazione di qualcuno che vorrebbe vivere ma non può perché gli viene impedito?...eri tu quello di cui scrivevi, quello di cui raccontavi, era la tua anima quella che mettevi nelle tue ultime canzoni…quelle stesse canzoni che ci hanno consacrato sempre di più nel mondo della musica di oggi…
…eri tu…e io ho finto di non capirlo…ho preferito mettermi una benda sugli occhi per non vedere ciò che era chiaro e lampante…
…e ti ho perso…per sempre…
…e il mio crimine più grande è stato quello di non dirti mai cosa provavo…di non tenerti stretto tra le mie braccia e sussurrarti quelle parole che avresti voluto sentire almeno una volta per tutti gli anni che eravamo stati insieme…
…e adesso a me non resta altro che andare ogni notte alla ricerca di una magra consolazione alla tua assenza…cercandola in qualcuno che non potrà mai realmente darmi nulla di ciò che desidero realmente…
…ciò che cerco più di ogni altra cosa è il tuo sorriso…ancora una volta…un’ultima volta…e la tua voce che sussurra il mio nome mentre facciamo l’amore…e mi dici quelle semplici parole…
“…ti amo, Ryochan…”
Perché se potessi sentirle almeno solo un’altra volta nella mia vita, pronunciate dalle tue labbra perfette…potrei baciarle ancora una volta e rispondere finalmente…
“…anche io ti amo, Takanori…”